Il Grande Viaggio

Il Grande Viaggio


"Il Sacro non è nelle chiese
Sacre sono le montagne, vere cattedrali della Terra...
Il Vangelo non è nella Bibbia
Il Vangelo è nei fiumi, è nel ruggito selvaggio dell'oceano, è nel silenzio delle stelle...
Questo è Sacro.
Ed il tuo Cuore.
Null'altro."
(Osho Rainesh)

Da anni vivo nei boschi d'alta montagna in compagnia di due lupi, Nanook e Miwok. Da anni vivo nel modo più povero ed essenziale possibile, al di sopra del luogo ove meno che altrove si vive in modo povero ed essenziale. Un luogo ove domina il culto del denaro, dell'apparenza "Vip". La negazione assoluta, quindi, dell'essere.

Vivo in silenzio, fuori da tutto e da tutti, nonostante la domanda frequente "che ci faccio ancora qui?". Son rimasto perché qui è "casa", o forse semplicemente, per il desiderio di vivere questi monti come più nessuno fa, forse come nessuno mai ha fatto; per ascoltarli, per tornare al canto antico della Terra, allo stupore di una notte sotto le selle e del fuoco che crepita verso le punte aguzze delle conifere; ogni sera, al posto della TV... Come un monaco d'altri tempi, in un mondo che non ha più tempo per ascoltare e per restare in silenzio. L'ho fatto per poter carezzare, confortare questa Terra, per apprendere da lei e non per sfruttarla e mortificarla, come unicamente accade tutt'attorno.

Forse andrò via, prima o poi e forse proprio per questo; non riesco più a contenere il dolore per questa cecità, per questa distruzione continua. Per questa violenza della gente, soprattutto quassù, così accecata dall'arricchirsi e null'altro, da vendersi fino all'ultimo pezzo di croda, fino all'ultimo bosco di larice...

Come e quando si fermerà questa distruzione? Forse, come dissero i Nativi Sioux, solo "quando l'ultimo tratto di verde sarà stato avvelenato e sepolto?".

Non ci si rende conto che, costruisci oggi, "valorizza" domani, alla fine tra qualche altro decennio il territorio non avrà più lo stesso volto; già resto sorpreso dal constatare quanto esso sia mutato nel corso della mia vita quassù; venti o venticinque anni fa, ad esempio, era possibile arrivare a Cortina con una lunga strada piena di curve, che s'inoltrava stretta sempre più tra i monti e le conifere. Era come un prepararsi, un arrivare pronti a un mondo fatto di silenzio, lontano, staccato dalla pianura, dalla città... Per questo si andava su.

Poi hanno cominciato a tagliare gli alberi, ad allargare la strada, a farla sempre più dritta, “per arrivare prima...”! Forse in silenzio, chi ama davvero i Monti Pallidi soffriva, restava sbigottito, ma non era che l'inizio; adesso come funghi, nascono gallerie, strade veloci che assomigliano sempre più a un'autostrada... Ora si sfreccia e in un'ora si è su dalla piana... che senso ha?

Come si può continuare a profanare così ciò che è sacro? Ricordo la prima volta che salii in auto fino alle mie montagne, che senso di conquista, di avventura quasi! Se dunque in soli venti anni è già cambiato tutto, cosa sarà tra altri trenta? Si continuerà così, a questo ritmo, “tanto finché c'è verde si può fare... !”.

Mi immagino questa Terra vista dal satellite: il verde dominava assoluto 100 anni fa, poi via via, macchia dopo macchia, la chiazza grigia si è allargata, come a rendere il nostro pianeta sempre piu simile a una palla di cemento. Dovrebbero averla a mente questa immagine, coloro che hanno potere di gestire e “valorizzare” il territorio; smettere di pensare che “tanto ce n'è ancora parecchio di spazio verde...” e rendersi conto di quanto più ce n'era sessanta, quaranta e poi venti anni fa e chiedersi: come sarà tra altri trenta e cinquanta, così, a forza di prendere un pezzettino dopo l'altro, ogni volta con una scusa nuova?

Ma forse queste persone non se lo chiedono; a loro non importa, per loro conta altro...


Il mondo è diventato un gigantesco unico schermo televisivo...

Non c'è più il silenzio di una Terra ove era possibile l'Ascolto. Ovunque, adesso, si parla la stessa lingua, si veste allo stesso modo, ci si ammala negli stessi ingorghi stradali e si è assordati dallo stesso caos. Dove stiamo andando?

Cosa resterà dopo questa irrefrenabile corsa per allontanarci il più possibile dalle nostre stesse radici: quelle che ci connettono alla Madre Terra e quindi al nostro essere più intimo?

Cosa resterà quando avremo terminato di distruggerla spianando ogni ultimo tratto di verde col cemento che ormai ricopre il globo come una corazza?

Cosa resterà dopo tanta cecità, dopo quest'assedio, dopo quest'ondata di picconatori? Soprattutto... resterà qualcosa?

E cosa accadrà quando non ci sarà più nulla da prendere? Forse sarà un bene poiché sarà la fine di quest'Homo Consumantis, sarà il momento in cui si potrà ricominciare daccapo, senza piu nulla e per questo, ritrovando la ricchezza del nostro cuore. Ma dovremo arrivare fino a questo limite estremo? Quello della nostra autodistruzione?

Quel che vedo è che, purtroppo, ci stiamo già arrivando; sì, distruggendo la nostra unica casa, stiamo distruggendo noi stessi. E nonostante sia comunque troppo tardi, invece di frenare, invece che tentare di salvare il salvabile di questa nave lanciata a tutta velocità, invece di renderci conto con terrore di ciò che stiamo facendo, si continua a dare il “Motori avanti tutta!”, verso gli scogli che facciamo finta di non vedere.


La definisco Sacra Pista questa mia strada solitaria che tenta di ignorare la cattiveria di chi non comprende. Una pista che mi porta spesso ad avanzare nel buio inverno del Nord, piccolo omino che tenta di divenire parte di esso. È una pista sacra per un vivere sacro, per un vivere che onori ogni istante di questo nostro incredibile viaggio tra le stelle nella grande e unica astronave chiamata vita. È a questo modo che, da tempo, ho iniziato a percepire il mio vivere su questo pianeta. Sempre piu me ne rendo conto nel corso della mie solitarie traversate invernali nel grande Nord. Nel cuore della grande wilderness dell'Alaska, tre anni fa scrissi:

“Il nostro è un viaggio attraverso le stelle a bordo di un'astronave privilegiata, la Terra. Cos'altro conta quando si coglie questo... ”.

Quando scrissi queste frasi la temperatura era di meno 40 gradi e l'Aurora Boreale solcava il cielo con la sua danza aggraziata, uno spettacolo che mi riporta ogni volta ai primordi... e lì, sotto quelle luci, come silenziose creature della notte artica, lì, unico testimone colmo di stupore del grande privilegio che possediamo nel poter vivere su questo pianeta, lì, gli occhi tra le stelle, a centinaia di km da ogni centro abitato, lo percepivo con chiarezza: sono qui, presso la finestrella, presso l'oblò migliore di quest'astronave Terra, al fine di poter ammirare e respirare appieno il nostro viaggio attraverso l'Universo.

Eccolo il nostro esistere... nessuno l'ha mai realizzato in questi termini? E tutte le guerre e le dispute, le meschinità umane apparivano così remote, insensate, quasi improbabili... Come può l'uomo agire a questo modo e non rendersi conto del Viaggio e della luce che possiede nel proprio cuore?

“Prova ad alzare gli occhi e tacere” scrissi ancora “e senti il silenzio profondo che ci ospita, quello in cui fluttua la Terra. È come, allora, esser in volo attraverso le stelle, ove ciò che facciamo, come viviamo, son solo momenti, “arrangiamenti”, un campo di passaggio, come questa mia baita ove abito nel cuore delle Dolomiti addormentate nel profondo e lungo inverno. Non vi è luce né acqua, tutto è ridotto all'essenziale poiché solo, conta ascoltare, non perdersi il Viaggio, il privilegio e l'incanto...”.

Ecco il vero significato di sacralità; non potrei trovare di meglio per definire il nostro ritorno alla Terra e quindi a noi stessi: io lo definisco Sacra Pista. Un ritorno, un ritrovare, uno svelare graduale e colmo di meraviglia, quale ritrovo ormai non più solo nelle grandi traversate ma, grazie a esse, in ogni istante del mio esistere a casa. Un risvelare che porta con sé rispetto profondo, amore profondo: per ogni frammento del nostro cuore e di questo gioiello prezioso che brilla. Non ce ne avvediamo, ma questo gioiello è la nostra vita, il nostro respirare, qui, sul pianeta che attraversa le stelle... cos'altro può contare dunque, quando si coglie tutto questo?

Quando, soprattutto, ci si rende conto che tutto questo è possibile solo nel momento in cui non si ricerca più il “benessere” altrove, quando non ci si gonfia più di beni materiali che ci rendono egoisti, sospettosi, vani e cattivi; quando non si segue più la moda o l'ultimo modello di ferrari... quando si resta lontani da ogni “ismo”, che sia politico, ideologico o religioso, gabbie che da secoli rinchiudono l'innata libertà e luminosità insita in ogni essere umano.

Quando si allontana tutto il chiasso, il luccichio ammaliante del nostro mondo moderno, vetrina scintillante preposta a stordire le coscienze al fine di allontanare tutti dal silenzio e dall'ascolto...

Al di fuori di ogni distrazione non abbiamo bisogno di nulla per esser felici, se non ciò che già semplicemente è dentro i confini della nostra pelle sin dalla nascita. È tutta qui la regola d'oro: scoprire la gemma preziosa che siamo noi stessi. Renderci conto di quanto, questo diamante, continuiamo a ignorarlo, poichè è altrove che senza sosta cerchiamo la felicità, è nelle cose esteriori, in ciò che altri hanno deciso per noi. Non è mostruoso?... Farci abbindolare così… sciupare a questo modo il nostro tesoro personale?


In ognuno pulsa una Sacra Pista in attesa di esser svelata, in ognuno e in ogni età della vita. Prima si lascia la via battuta, cessando di ascoltare ciò che dal frastuono ci “consigliano”, più tempo avremo per intraprendere questo cammino di luce. Risplende in noi. Anche se non lo vediamo più.


Occorre rendercene conto, sarà già questo il primo passo di un nuovo vivere, di una nuova consapevolezza; comprendere, pian piano, con il proprio cuore, che siamo molto di più...

“Molto di più di questo vivere folle, molto di più di quel che ci insegnano a non essere” scrissi poco tempo fa. “Siamo figli della Terra. Come possiamo vivere e invecchiare in grigie scatole di cemento? Siamo figli delle stelle. Come possiamo trascorrere il tempo della nostra unica vita, senza più udire il canto del vento, ma solo quello del nostro denaro?”.

Siamo molto di più... come possiamo...?”.


Sono qui, nella mia baita di tronchi nel cuore dei Monti Antichi. La candela rischiara la mia matita; il suo fioco lucore, assieme a quello occhieggiante della piccola stufa a legna, esce nel bosco e sembra riscaldare, sembra accompagnare la neve che scende fitta, danzante nel vento lieve.

Siamo quassù io e i miei lupi, sepolti e protetti dal profondo, silenzioso, lungo inverno bianco, uniche presenze discrete tra le rocce e gli ultimi cembri. Il respiro possente e millenario delle montagne è così vicino, così possente; lo è nella notte, così come in ogni istante di questo vivere lento, è come entrasse in me ogni volta un po' di più.

Percepisco gli animali nell'immobile quiete; cervi, camosci... Osservano la neve scendere, poi chinano il capo e riposano, fino a farsi coprire del tutto.

È come una grande coperta che ti avvolge, che ti scalda; siamo accolti, siamo ospiti... forse ormai parte anche noi di questo luogo. E allora, come i monti e le conifere mute e immobili in questa notte di neve, anch'io resterò in ascolto. Mi lascerò a quest'abbraccio profondo, a questo respiro possente, voce del grande re Inverno, stagione del muto stupore e del vivere antico.

Meravigliosamente lontana la primavera, meraviglia senza pari poter appartenere senza interruzione al ritmo eterno del qui e ora, delle sue stagioni, del grande Viaggio.

E non aver bisogno d'altro.