SOLO ACCETTANDO L’IGNOTO RITROVEREMO LA GRANDE AVVENTURA

Ho scelto quest’avventura per crescere. Non mi importava che la traversata fosse già stata portata a termine o meno. Ciò che contava, per me, era (ed è) l’esperienza interiore. Contava ciò che mi sarebbe successo dentro. Volevo esplorare me stesso visitando una mia dimensione interiore di cui non conoscevo nulla. Sento spesso parlare di morte dell’alpinismo e dell’avventura. E soprattutto di terre non più inesplorate o non ancora mappate, come se il fatto che qualcuno le ha già visitate fosse il requisito fondamentale, il nocciolo di tutta la questione. Ma come è possibile ragionare in questo modo, senza rendersi conto che rimane tuttora da salire l’itinerario più importante, per affrontare il quale disponiamo solo di una carta incompleta, zeppa di spazi bianchi, come le mappe del temo antico? Che resta da esplorare un territorio vastissimo, ancora oggi terra incognita: l’essere umano, per l'appunto. Se è vera questa premessa, è chiaro che l’alpinismo trova il suo senso più autentico nel momento in cui viene considerato come un mezzo, uno strumento di investigazione, e non come un’attività che si auto giustifica di per sé. Personalmente, non riesco più a sopportare il solito modo utilizzato per raccontare scalate ed esplorazioni: ho scalato questo, ho “fatto” un “8000”, l’8C, ho arrampicato in super velocità… Ma accidenti: la montagna non è una pista di Formula Uno! Basta. Piuttosto, vorrei finalmente sentir parlare di ciò che si è provato attraversando montagne di cui nessuno parla, in territori in cui regna sovrana la Wilderness, o pagaiando per settimane al fianco di balene e delfini, mentre un’aquila osserva la scena dall’alto di una conifera. Vorrei sentire descrivere le montagne come cattedrali della natura. Come luoghi in cui è possibile rimanere in ascolto, inventare il proprio itinerario interiore, lasciarsi andare e, semplicemente, esistere.

Norvegia - A nord di me stesso

3000 chilometri di solitudine nell'inverno scandinavo,
con um paio di sci e una slitta al traino

Chinook ha gli occhi profondi, intelligenti e buoni. È un grande essere. Lui e suo fratello Mohawk sono due lupi delle Montagne Rocciose Canadesi, entrambi di appena 8 mesi, e mi accompagnano attraverso la Norvegia. L’altra sera hanno ululato per la prima volta nella loro vita. L’ululato di un lupo è la voce stessa della grande natura selvaggia. Della grande terra che sono venuto a conoscere e a tentare di assimilare in me, nella sua stagione più dura, più selvaggia, più avvincente: l’inverno.

La tormenta infuria attorno a noi. È fine novembre, e siamo appena partiti. Ci troviamo tra i vasti altipiani del sud. Non c’è un riferimento, è tutto bianco. Presto il biancore prende a mutarsi in grigio pallido, poi grigio scuro... è la sera che si avvicina, è il buio che torna anche se sono appena le due e mezzo del pomeriggio; anche se ho l’impressione (o meglio, la certezza) che il buio se ne sia andato solo poche ore fa. È l’inverno del Grande Nord, l’oscurità precoce di una latitudine dove il giorno finisce appena dopo aver provato a cominciare. Una stagione affascinante, magica; e spesso, al contempo, terrificante. I miei lupi ululano: per loro è un mondo nuovo, anche se è dentro di loro da milioni di anni... un po’ come lo è in me. Sono quassù per questo: per ritrovare quello che sembra “perduto” ma che non mi ha mai lasciato.


Attraversando questi vasti spazi bianchi mi sento spesso come un naufrago, un puntino nel nulla; spesso mi viene da ridere al pensiero di ciò che mi sono proposto di fare: arrivare con 3000 km di marcia più a nord, alla fine di questa terra che ora, durante i primi giorni, percepisco in tutta la sua vastità. Mi sento più piccolo di una formichina che tenta di nuotare attraverso un oceano sconfinato.



È pomeriggio, ed è buio. Le punte degli sci si alternano di fronte a me sulla neve soffice e bianchissima: il fascio di luce della lampada frontale le illumina, assieme alla neve che a tratti scende fitta. Di tanto in tanto mi fermo, ad osservare e ad ascoltare. C’è silenzio, adesso, un silenzio di piombo così forte che quasi piango. È come se udissi il mio cuore... o forse il cuore stesso dell’universo. Quando riparto non sento neppure il frusciare dei miei sci che avanzano: se non fosse per la lieve tensione che avverto ai fianchi, non mi accorgerei neppure della slitta che mi sto tirando dietro. Ancora non riesco a crederci:
sono quassù e cammino; non importa per dove, forse verso me stesso; quest’avventura è il mio itinerario interiore. E in questo buio fitto è davvero come camminare nel nulla, camminare e basta; esserci, per l’appunto. Mi sento quasi senza peso, tanto questa neve perfetta sembra sostenermi. E a tratti, ancora, mi vedo: come un ornino che scivola nell’oscurità dell’inverno, tutto solo attraverso la terra selvaggia. Sento l’intera Norvegia sotto di me, di fronte a me, ed è un’emozione profonda. Scivolerò così, in silenzio; per tante settimane, mesi, sarà come stasera:
solo silenzio e buio e stelle e neve. Cosa succederà dentro di me?



Da quando sono partito, il 22 novembre 2000, l’oscurità invernale è andata verso la sua pienezza. Il sole sparisce nel primissimo pomeriggio e mezz’ora dopo è buio; e solo grazie alla mia lampada frontale posso continuare la marcia per altre quattro o cinque ore. Coi miei due lupi ho risalito i vasti altipiani del sud, avvolti dal maltempo continuo, e scavalcato le grandi montagne dello Jotunheimen: qui, per mancanza di ghiaccio sui grandi laghi, sono stato costretto a ripide salite per passare da Una vallata all’altra, con gli sci in spalla e la pulka dietro: uno sforzo massacrante. Proprio come un lupo, ho vagato al buio attraverso montagne sconosciute, spesso smarrendomi in profondi canyon di fitte conifere, nel tentativo di trovare una strada per scendere a valle, verso le lucidi un piccolo abitato; ho fiutato l’aria e il terreno come un essere selvaggio, attraversato villaggi addormentati sotto la neve; e sono passato, emerso dal nulla, corazzato di gelo e silenzio, osservando la luce calda delle case dove la gente si preparava al Natale.








Tra Svezia e Norvegia, tra i boschi di conifere senza fine nel cuore della penisola, mi sono sentito io stesso un personaggio dei racconti di Jack London, mentre nel silenzio più assoluto risalivo un fiume, striscia bianca avvolta dall’oscurità degli alberi. In questo gennaio solo i fiumi mi hanno offerto delle vie: per un mese intero, infatti, l’inverno è come scomparso da sotto i miei sci. «È qualcosa di mai visto prima», mi dicono ogni volta che passo in un villaggio. La poca neve invernale è spazzata via dal vento, e sotto non vi è alcuno strato autunnale. Spesso, di punto in bianco, mi trovo a dover tirare la slitta sui sassi. E l’unica alternativa, per l’appunto, è seguire il corso dei fiumi, un lavoro estenuante, difficile soprattutto per la testa. Risalgo gli alvei gelati, mi fermo ogni sera esausto presso la riva, e sotto le conifere che mi ricordano casa accendo un bel fuoco. Poi mi addormento sotto le stelle limpidissime del nord. A volte, quando apro gli occhi nel pieno della notte, il cielo sopra di me è infiammato dalle luci delle aurore boreali. La mattina, quando mi sveglio, mi domando sempre se non sia stato un sogno. Ma non sempre il percorso su corsi d’acqua e laghi è sicuro: una sera il ghiaccio di un torrente misi apre sotto i piedi e in piena zona selvaggia uno sci si spezza in due... Un’altra volta mi trovo d’un tratto a dover scendere improvvise rapide gelate: gran bei numeri con la slitta e senza i ramponi...



Solo ai primi di febbraio, dopo 70 giorni di traversata, le condizioni dell’inverno si ristabiliscono. Attraverso i primi grandi spazi selvaggi del nord nel lento ritorno del sole nel cielo, ma con le giornate più glaciali della traversata. Sono nel Børgefjell, e il vento di nordest mi taglia il volto con un fattore wind chill attorno ai -60°. Dentro, intanto, mi crescono lo stupore e la pace. È la grande energia che nasce dall’essere quassù. Mai sono stato così povero di cose eppure così ricco dentro. A metà febbraio resto senza i miei lupi. La polizia di frontiera, che mi ha fermato, mi costringe a rispedirli a casa in aereo. Li accompagna il mio amico Mattia, che soggiorna in Norvegia per girare un film. Se non faccio così, dicono, me li uccideranno, perché in Norvegia è cominciata la caccia al lupo... dagli elicotteri! (cfr. la rubrica “‘Rilievi”sul n. 248). Come io riesca a proseguire ora che tutto d’un tratto sono rimasto solo, ancora non lo so. Sono allucinato, senza più energia, e proprio adesso ho di fronte a me il tratto “finale” della traversata: 800 chilometri attraverso i territori più vasti e isolati di tutta la Scandinavia. Come posso addentrarmi in tanta vastità, vuoto e vulnerabile come sono ora? Dove troverņ la forza? Sono giorni durissimi. Mentre avanzo tra gli spazi della Svezia settentrionale, mi volto spesso verso sud, là dove siamo sbucati assieme, io e loro, Chinook e Mohawk dopo 90 giorni di marcia. Li vedo ovunque, li sento ad ogni istante, eravamo un unica entità. Là a sud ci sono loro, c’è il mio mondo, c’è ciò che conosco, c’è casa... a nord invece, di fronte a me, c’è il grande spazio bianco, l’ignoto. Ho paura. «A quanto di sconosciuto dovrò continuare ad attingere dentro di me, per non soccombere?» scrivo spesso la sera sul mio diario. Attraverso i vasti spazi bianchi. A tratti mi fermo pieno di sgomento ma anche di stupore. La ferita si rimargina lentamente e ciò che ho finora attraversato torna gradualmente ad illuminarmi. Sono incantato da ciò che mi circonda, da questa energia e da questa essenzialità, da ciò che mi sta accadendo dentro. Il sole ritorna, ora sto entrando in Lapponia, e qui dove a dicembre regnava il buio quasi continuo, adesso torna la luce, e presto il sole non tramonterà più.




Ma il freddo è sempre intenso, e ora il problema della neve è opposto rispetto a gennaio. Ce n’è troppa ed è troppo farinosa, a tratti inconsistente come polvere. Certe sere mi trovo letteralmente intrappolato: sfondo fino alla pan-da. Sono circondato da centinaia di chilometri di natura selvaggia e temo di non uscirne più. Il problema maggiore sono i boschetti di betulle nane dove il vento non ha lavorato la neve, in cui si affonda senza speranza. La tensione animalesca che si crea ancora una volta nel fiutare un itinerario il più possibile alto sui rilievi ventosi mi fa vivere settimane di un’intensità straordinaria, durissime, ma le più belle della mia vita.

A sette giorni dall’arrivo, per poco non finisco arrosto per un incendio che scoppia in tenda, mentre fuori ci sono -320C! Due giorni dopo, una terribile tormenta divento quasi mi strappa via la paleria, costringendomi a passare la notte contro i teli strapazzati della mia povera tendina. Ma ormai sto arrivando, so che da un momento all’altro potrebbe apparirmi il mare, l’Oceano Artico, al quale sono diretto da quasi 5 mesi.

Sono ormai parte di questa natura, io, la mia slitta, i miei sci, i miei abiti sporchi, il vento.., non ci sono più distinzioni. Ogni sera continuerei la marcia all’infinito, ormai portato avanti dall’incanto che ho dentro. Una pace sconfinata come la terra che ho attraversato mi respira dentro. A tratti, in piena marcia, improvvisamente piango. Il penultimo giorno, il vento teso e le nubi scure portano l’odore del mare: è il momento più bello della mia vita. Mi pare di essere a Lindesnes, quel lontano mattino del 22 novembre: scosso dal vento furioso, fissavo il mare di fronte a me. Non avrei mai pensato di farcela. Il pomeriggio del 2 aprile raggiungo Nordkinn, a 71° nord, la mia vetta. Appena scorgo l’oceano la tormenta esplode feroce. Ma io sono arrivato, il mio viaggio si è concluso. Ciò che ho passato — le difficoltà continue, la paura, l’esser sceso nell’ignoto più profondo del mio essere — ha generato il grande incantesimo. E ora, mentre nel nevischio siedo di fronte all’Oceano Artico e la pace che ho dentro mi pulsa quasi con dolore in mezzo al petto, sento echeggiare dentro di me un suono indistinto che prende lentamente forma. Lo riconosco: è il primo ululato dei miei lupi, quello di fine novembre attraverso gli altipiani del sud. Allora ero all’inizio e dovevo ancora... capire. Ma ora “so” Ora ho ritrovato ciò che avevo “perso” ma che non mi aveva mai lasciato. Sento che non avrò più bisogno d’altro.